Anoressia e Bulimia celate nella quotidianità: il lavoro psicologico con i disturbi del comportamento alimentare

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È ormai assodato come il benessere psicologico di ogni persona rivesta un ruolo fondamentale per potersi dire e sentire in grado di affrontare la vita quotidiana con tutte le sfide che ci riserva e di gestire i cambiamenti cui nel tempo andiamo incontro. La scienza ormai ci ha insegnato come le cellule del nostro corpo reagiscono a ciò che comunica la mente. Il lavoro psicologico accoglie pertanto qualsiasi domanda che origini nella dimensione intrapsichica, generalmente scatenata da momenti stressanti o dolorosi, difficoltà relazionali, sino alla comparsa di veri e propri sintomi (ansia, depressione, affettività dipendente).


Un ambito nel quale sono  i comportamenti i primi segnali sospetti da sottoporre all’osservazione è quello legato all’alimentazione. La primissima esperienza che facciamo da piccoli legata alla nutrizione e alla relazione è l’allattamento e può capitare che diventi esso stesso un momento carico di incertezze o emozioni disturbanti perché, va detto, fare la mamma non è facile e non è immediato, anzi un compito molto delicato. Nell’arco delle prime esperienze sensoriali e fisiche del neonato il rischio è che si confondano le percezioni emotive con quelle fisiologiche, se la madre risponde ad ogni sofferenza espressa attraverso il canale del pianto con la proposta della seno, ovvero se ad un pianto per esempio per bisogno di contatto si fa fronte sedando una presunta sensazione di fame. Succede allora che, involontariamente, la distorsione dello stimolo della fame inizi ad instaurarsi rapidamente e prematuramente. Lavorare su queste possibili difficoltà iniziali si costituisce come il primo importante passo per prevenire difficoltà future e la tendenza a spostare i vissuti emotivi sul versante alimentare, che generalmente tende a riproporsi in epoca adolescenziale.


Nella ricerca della propria dimensione sia interiore che esteriore, l’adolescente è alle prese con la ridefinizione del proprio Sé psicologico ma anche del proprio corpo. La percezione del corpo si struttura a partire dalle esperienze prestazionali e relazionali di questo periodo di vita ma il corpo è anche, a sua volta, teatro dei conflitti e delle incertezze psicologiche dei giovani, che col corpo esperiscono e si raccontano. Il bisogno di controllare ciò che comincia a farsi complesso e a sfuggire di mano (gli altri, gli impegni) per cercare nuove stabilità rispetto ai cambiamenti molteplici che si esperiscono,  si traduce con atteggiamenti di controllo estremo e a volte ossessivo sull’alimentazione e sulla forma corpo, come il controllo ripetuto del peso, fissazioni sulla forma di parti del proprio corpo, o atteggiamenti di selettività marcata al momento dei pasti.


La tendenza ad affrontare difficoltà emotive irrigidendo o estremizzando i comportamenti associati all’alimentazione, se non adeguatamente compresa e corretta nelle sue prime apparizioni, rischierà di diventare la strategia prevalente cui ricorrere nei momenti di criticità lungo l’arco della vita. Avviene cioè spesso che difficoltà o variazioni nel nostro regime alimentare abitudinario sottendano difficoltà più complesse e non sempre siamo coscientemente in grado di ricollegare queste situazioni con le cause psicologiche che le sostengono. Il rischio maggiore è che si cronicizzino tali e quali a come le sperimentiamo, apparentemente aiutandoci a stare in equilibrio, ma precario e a breve termine, e più profondamente sabotandoci in termini di salute. È questo il caso di quelle situazioni meno visibili agli occhi e più ingannevoli (episodi di abbuffate, binge eating disorder), che nel tempo ci trascinano lentamente verso condizioni più clinicamente marcate e difficili da arrestare (anoressia nervosa, bulimia nervosa, obesità patologica).
Il principio di prestazione imposto alla femminilità e il mito della perfezione ispirano i comportamenti delle giovani donne di oggi, brave in tutto sin dall’infanzia. L’anoressia nervosa si caratterizza  per una ricerca ossessiva della magrezza, con forte timore di ingrassare anche quando si è sottopeso. Nel tempo porta anche ad alterazioni nel modo in cui la persona percepisce il proprio corpo: il peso influenza in modo massiccio l’autostima e l’umore  e spesso vi è il rifiuto di ammettere la gravità della situazione; nelle donne si accompagna ad amenorrea. La bulimia nervosa si caratterizza invece per ricorrenti e frequenti abbuffate durante le quali la persona mangia quantità di cibo significativamente maggiori rispetto a quanto sarebbe normale attendersi; queste abbuffate si associano ad un senso di perdita di controllo (non si riesce a smettere di mangiare) e successivo senso di colpa per quanto fatto. Seguono ricorrenti ed inappropriate condotte compensatorie per evitare l’aumento ponderale e l’autostima è indebitamente influenzata dal peso.
L’intolleranza del limite accomuna situazioni di anoressia e bulimia, le prime severe ed incessanti nell’attacco alle imperfezioni del corpo e della mente, le seconde mai sazie di cibo, esperienze, conferme, perennemente affamate d’amore e questo avviene sia in strutture più definite come gli adulti che in strutture ancora in fase di definizione, gli adolescenti, di ambo i sessi. In entrambi i casi, il momento del pasto si carica di tensioni ed emozioni dolorose, il cibo diviene il principio organizzatore dell’attività mentale e della scansione temporale delle giornate. L'attenzione ossessiva all'esperienza corporea di queste persone può esprimersi in sintomi come la depersonalizzazione, l'ipocondria, le allucinazioni somatiche e la dissociazione psicosomatica.


L'incapacità di elaborare le emozioni e i ripetuti tentativi di espellerle o fuggirle sono caratteristiche frequenti nelle persone che soffrono di disturbi alimentari di vario tipo e gravità. La psicoterapia si inserisce nel bisogno primario della persona di imparare ad ascoltarsi innanzitutto, e poi a decifrarsi attraverso una presenza, quella del terapeuta, disponibile all’ascolto e a riprendere la funzione materna del contenimento e della sintonizzazione. La ricerca e le neuroscienze (università di Konstanz, Germania) dimostrano che lo stress derivante da traumi ambientali o relazionali può determinare danni a livello genico e che tali danni possono essere curati con la psicoterapia attraverso la rielaborazione delle memorie e l’avvio di un’esperienza relazionale correttiva. La presa in carico di situazioni critiche dal punto di vista alimentare e psicologico  procede in un assetto volto a descrivere e chiarire l’origine storico-affettiva del disturbo ed il significato inconscio del suo risvolto comportamentale quotidiano, offrendo così al paziente la possibilità di riappropriarsi in piena consapevolezza della sua storia e delle sue emozioni.
Ecco perché diventa importante ed efficace il lavoro psicologico in ottica sia preventiva che terapeutica nelle situazioni di difficoltà alimentari, sia con adulti che con soggetti più giovani. Naturalmente non tutti i casi che arrivano in consultazione sono di eguale gravità. Con persone che invece riferiscono situazioni già conclamate il lavoro psicoterapico diventa necessario e ha maggiori possibilità di rivelarsi efficace se condiviso in  un’equipe multidisciplinare (nutrizionista, endocrinologo, psichiatra).

Dott.ssa Giulia Galimberti 
Psicologa clinica - Psicoterapeuta psicoanalitica

 

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